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Disabilità o diversabilità?  
Chi è normale? Nessuno.
Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla ma di negarla. E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità non esiste. Il lessico che la riguarda ad un tratto diventa reticente, ammiccante, vagamente sarcastico. La normalità rivela incrinature, ritardi funzionali, deficienze, intermittenze, anomalie.Tutto diventa eccezione ed il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancor più temibile alla finestra.
Si finisce per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l'immagine della norma.
Questo stralcio di Pontiggia tratto dal libro Nati due volte lascia ampio spazio alla riflessione sulle tematiche riguardanti la considerazione che si ha in merito alla normalità e per contrapposizione alla disabilità.
Ma è giusto chiedersi chi è il disabile?
La persona disabile è innanzitutto un individuo con una propria identità e con delle caratteristiche personali. La disabilità sottolinea il deficit, ciò che manca rispetto alla normalità. Molte persone che sono state definite dapprima handicappati, poi disabili, ora con grande forza sostengono che il termine più corretto da utilizzare sia quello di diversabilità.
Tale termine mette in evidenza l'essere diversamente abile delle persone con deficit. Siamo tutti abili in modo differente, basta solo modificare la prospettiva, allontanare i falsi preconcetti, essere aperti a nuovi orizzonti.
Il termine diversabilità mira a non discriminare, a riconoscere in ogni individuo la possibilità di esistere, di contribuire al processo di crescita collettiva nonostante la disabilità. Può aiutare a vedere le persone con deficit in una prospettiva nuova, più attenta alla storia personale e quindi oltre il deficit. Questo non significa ignorare il deficit, ma diventare consapevoli che l'handicap è determinato in primo luogo da condizioni sociali che creano difficoltà, emarginazione e svantaggio.
Riconoscere la diversità vuol dire ristabilire diritti, non quelli soliti, di tutti, ma quelli del soggetto in difficoltà: non fare per tutti la stessa cosa, garantire la stessa procedura, ma stabilire il rispetto di una differenza.
 

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